La Madonna del Carmine è il titolo sotto il quale venne venerata la Madonna dopo la sua apparizione a San Simone Stock. La devozione nacque ancor prima del 1386, coltivata e divulgata dai carmelitani. Benedetto XIII la estese a tutta la Chiesa nel 1726 con festa pro
Considerato il periodo in cui venne realizzata, i mezzi del tempo, il luogo impervio e la stretta mulattiera di collegamento che molti ricorderanno, si rimane stupefatti per l’imponenza della costruzione e la ricchezza della chiesa; pochi luoghi riescono a fondere così perfettamente il misticismo all’incanto della natura circostante.
La chiesa con tre navate tra due ordini di colonne appare internamente come un libro illustrato che si offre all’interpretazione del visitatore, vi sono infatti rappresentati quattro secoli di arte significativa con opere di notevole spessore fra le quali spicca per l’assoluta bellezza il polittico attribuito a Gerolamo da Santa Croce eseguito negli anni tra il 1520 e il 1525. L’opera pittorica realizzata su tavole di legno si compone di quattro scomparti, nella parte centrale è raffigurata la visita della Madonna alla cugina Elisabetta, l’Eterno Padre nella lunetta superiore, S. Giuseppe a sinistra, mentre a destra S. Zaccaria. La pala d’altare venne commissionata dal popolo di Oneta quando eresse la chiesa dedicata appunto al mistero della Visitazione. La cornice che avvolge la composizione è opera degli intagliatori Bori di Serina del 1686, mentre la doratura fu eseguita da G. Battista Agosti di Lenna nel 1698. Sull’altare maggiore, ai due lati, vi sono due angeli mirabilmente scolpiti nel marmo da Grazioso Fantoni di Rovetta nel 1760, vennero pagati 653 lire. Le balaustre del presbiterio sono in ferro battuto con dorature, recano le iniziali E.R.F e l’anno 1718, sono state lavorate da artigiani di Cassano. Le sedie del coro del 1709 e un bel mobile con intarsi floreali della sagrestia datato 1710 furono eseguiti da Giacomo Morzenti di Vertova, un altro armadio venne realizzato invece da Bonomo Morzenti, probabilmente figlio di Giacomo, nel 1736.
L’altare di destra è dedicato a S. Giovanni Battista sul quale vi è posta una tela raffigurante l’incoronazione di Maria e i santi Sebastiano e Giovanni Battista, la tela è attribuita al Cifrondi, artista di Clusone vissuto dal 1656 al 1730. Sull’altare di sinistra, dedicato a S. Francesco, è collocata una tela di scarso interesse artistico, raffigurante S. Francesco che riceve le stigmate, donata il 30 ottobre 1605 da un cittadino di Oneta, “ Messer Pasin de Messer Zuane Carobi” che si era arricchito a Venezia. Appartiene sempre al Santuario una preziosa tavoletta di scuola veronese del secolo XV, con fondo dorato raffigurante la Vergine col Bambino sulle ginocchia avvolto da uno scialle bianco e rosso. Veniva riposta in un armadio in sagrestia e si appendeva alla parete del presbiterio solo nelle solennità. Attualmente si trova presso il museo diocesano di Bergamo che ne ha curato il restauro. Sulle pareti sono appesi diversi quadri di autori ignoti, due dei quali di grandi dimensioni, collocati alla parete di sinistra, rappresentano “Agar nel deserto” e “ Il sogno di Giacobbe” sono di scuola veneta del ‘700
Il sacello, che accoglie la statua della Vergine e la ragazza Carobbio Pierina inginocchiata, è un progetto dell’Ing. Virgilio Castelli di Clusone, venne collocato nel 1876; è la rappresentazione miracolosa dell’apparizione, secondo la tradizione del tempo, ispirato all’affresco di Giovanni Brighenti che si trova all’esterno sopra la porta maggiore, realizzato negli anni 1830/’35. Attribuiti allo stesso Brighenti sono i quattro bellissimi affreschi nella navata centrale: sopra la porta principale la Natività di Maria SS., nel mezzo lo Sposalizio di Maria con S. Giuseppe, all’entrata al presbiterio L’assunzione di Maria e l’Annunciazione sul frontone , infine l’incoronazione e la gloria di Maria in cielo sopra l’altare maggiore.
Nel 1913 vengono ultimati il restauro degli affreschi e la totale decorazione in stile seicento, lavoro egregiamente eseguito da Battista Poloni di Martinengo. Lo splendido pavimento a intarsio realizzato nello stesso periodo è opera della ditta Ghilardi di Bergamo.
Storia dell’ Apparizione della Madonna del Frassino
Il miracolo raccontato dalla tradizione (1)
E’ in fama il santuario della B. V. Maria, posto alle radici del monte Albeno nel paese di Oneta in Valle Brembana. Ebbe origine quella fabbrica nel cadere del secolo XVI da una apparizione della Madonna. Una fanciulla mendica, ma ricca di virtù al cospetto di Dio, guidando un giorno alcune pecore al pascolo, là ove un altissimo frassinio stendeva assai largamente le sue braccia, piangendo per forte dolore che pativa negli occhi, alla intercessione della madre di Dio teneramente si raccomandava.
Mentre struggevasi in lagrime ed in preghiere si espandeva, le apparve in avvenente aspetto quella Vergine che è salute agli infermi; e, rincoratala dal tremore che a quella apparizione l’aveva sorpresa, comandolle che ivi stesso edificare facesse una chiesa in onor del suo nome.
Al comando univa Maria anche un portento, poiché imporporandole di gocce di sangue il grembiale, ordinolle di appressarselo agli occhi. A quel tocco fu liberata dal fiero dolore.
I paesani credettero alle parole della fanciulla, poiché era fanciulla dabbene e per la sua singolare pietà da tutti molto stimata. Perciò senza indugia apprestarono quanto necessario alla fabbrica: ma non in quel luogo stesso; sì bene in altro che a loro avviso più opportuno si offeriva al concorso del popolo. Il mattino seguente tutti quelli apprestamenti trovarono di notte trasportati alle radici del frassino: pel quale prodigio fattasi manifesta la volontà della madre divina, pensarono di custruir quivi un nobile santuario, che divenne poscia a cagione dei miracoli in esso operati quant’altro mai illustre e celebrato.
Né lo scorrere degli anni raffreddò mai l’affetto di quelle genti verso Maria, poichè Ella riscaldavalo anzi accendevalo sempre più con nuovi prodigi.
(1) Il testo riportato integralmente compare nell’Atlante Mariano di Wilhem Gumppenberg (n. 1609 m. 1675) opera ampliata poi dall’abate Zanella. (Vol. 3° pag. 361 e 362)
Il miracolo raccontato nei documenti
Le ricerche sino ad oggi condotte su documenti originali del tempo, in particolare quelli relativi alle visite del vescovo Pietro Lippomane del 1536 e di S. Carlo Borromeo del 1575, permettono di ricostruire con sufficiente chiarezza i fatti e la situazione ambientale, sui quali poggiarono e si svilupparono gli avvenimenti legati al miracolo. Emerge dai documenti antichi una realtà diversa sulle modalità dell’apparizione che contrasta con quella ormai consolidata nella predicazione, nei racconti della gente di Oneta, nei testi stampati.
La responsabilità di questa contraddizione va addebitata principalmente al veneziano Flaminio Cornaro, (n.1693 m.1778) che nel 1760 pubblicò una storia dei santuari mariani sul territorio di dominio veneto elaborando il racconto del miracolo del Frassino attingendo a fonti letterarie e ai racconti popolari che non avevano alcun riscontro storico; anche il gesuita Wilhem Gumppenberg (n. 1609 m. 1675) contribuì non poco ad accrescere questo modo un po’ libero di raccontare l’importante avvenimento con l’opera Atlante Mariano ampliata poi dall’abate Zanella; emblematico a tale riguardo il fatto che entrambi gli scrittori collocano l’apparizione ad Oneta in Val Brembana. La discordanza tra documenti e tradizione era già stata notata da Don Luigi Olmo, parroco di Oneta dal 1872 al 1888 durante le sue ricerche in preparazione della storia dell’apparizione pubblicata nel 1877; egli accenna ad un diverso miracolo nel suo libro a pagina 67, infatti scrive: “...giova osservare che, se il documento surriferito della Visita di San Carlo sembri accennare a un diverso o secondo miracolo, cioè, che le lagrime sanguigne, si dicessero versate da un’immagine della Vergine, che stava sopra la fontana vicina alla Chiesa, ciò non toglie punto di verisimiglianza e autenticità al fatto miracoloso....” tuttavia nel racconto dell’avvenimento preferì seguire la tradizione ormai consolidata. Il contrasto verte su questo punto: il santuario sorse in memoria di un’apparizione della Vergine o di una immagine miracolosamente sanguinante?.
Tutta la descrizione che segue è suffragata dai verbali redatti nelle citate visite pastorali giacenti nella curia vescovile di Bergamo e in quella di Milano. La data del miracolo non è indicata in alcun documento, è configurabile comunque con buona approssimazione nel 1512, anche l’anno di costruzione della chiesa non ha datazione precisa, ma in base a ragionevoli considerazioni la si può collocare attorno al 1520. Per quanto riguarda invece la dinamica dell’evento miracoloso, i documenti ne parlano in modo molto scarno. Giovannino Zucca di Oneta interrogato dal Lippomane nel 1536 su cose di ordine generale esce con una frase “quando accadde quel miracolo della donna”, non si fa alcun nome della “donna” nemmeno nei verbali del 1575. La figura di Carobbio Pierina compare in epoca molto tarda nel XVII secolo, ma sarà sul finire del XVIII secolo che acquisterà grande valenza di messaggera del sacro e delle virtù esemplari.
Sulla base di queste considerazioni, è possibile oggi riscrivere la storia della Madonna del Frassino senza togliere, come intendeva lo stesso don Olmo, autenticità al fatto miracoloso, ma, al contrario, grazie alla documentazione storica inoppugnabile, accrescere il valore e il significato degli avvenimenti che caratterizzarono questo luogo divenuto sacro agli inizi del 1500.
Situazione ambientale del luogo nel 1512
Sappiamo dall’estimo del 1472 che il luogo è denominato “Frasen”, è un punto importante di passaggio e di sosta sulla strada mulattiera che collega i paesi di Vertova e Colzate con la valle Brembana attraverso il passo della Crocetta. La posizione dominante, l’acqua copiosa delle sorgenti, il prato e gli alberi circostanti creano una atmosfera sacrale carica di forti significati rassicuranti.
Nell’estate del probabile anno 1512 sul luogo esiste già da molto tempo una fonte coperta da una volta a cui si accede scendendo tre gradini, sopra la fonte c’è una parete dipinta con l’immagine della Madonna, accanto, a pochi metri di distanza si erge una cappella con un piccolo altare disadorno, aperta su due lati e chiusa da una cancellata dove si celebra nel giorno della Visitazione della Vergine Maria. La cappella è affrescata con immagini di sante, due delle quali rappresentano S. Agata e S. Caterina d’Alessandria conosciuta anche come S. Caterina della Ruota, gli affreschi sono visibili sotto l’arco che appare nel lato sud esterno del Santuario. Al centro del medesimo arco è dipinto il simbolo di S. Bernardino da Siena in ricordo della sua predicazione nelle nostre valli e per il fervore religioso dopo che venne canonizzato nel 1450.
Il miracolo fra storia e tradizione
Una giovane ragazza della Scullera, Carobbio Pierina, attende al pascolo del proprio gregge, si accosta alla fonte, osserva l’immagine della Madonna dipinta sulla parete e vede il volto della Vergine che piange lacrime di sangue. Petruccia, così veniva chiamata in famiglia, colta da profondo turbamento, si inginocchia e prega la Madonna. Ripresasi dalla commozione e un po' confusa, asciuga il volto dipinto della Vergine con un bianco fazzoletto sul quale rimangono impresse tre lacrime del sangue miracoloso e scende in paese a raccontare l’accaduto.
Dai verbali di Pietro Lippomane (10 luglio 1536)
Sull’onda dell’emozione suscitata dallo straordinaro evento, tutta la popolazione decide di costruire una chiesa. Giovannino de Berzi, proprietario del luogo, vende i suoi beni a Pietro di Comino Batalino ma lascia in legato due pertiche di terra affinchè si costruisca la nuova chiesa. Il Pietro di Comino Batalino occupa però le due pertiche di terra ed ha iniziato la costruzione di una stalla in pregiudizio alla chiesa. Questo Pietro quando viene a sapere del parere contrario del Comune, che si oppone e proibisce tale costruzione, interrompe i lavori.
Nel 1520 la chiesa è terminata, viene dedicata alla Visita di Maria alla cugina Elisabetta e si celebra il 2 luglio la ricorrenza. La dimensione è poco più di una cappella votiva. E’ amministrata da quattro deputati, uno per ogni contrada, eletti ogni anno e sono Mondino di Pietro Batalino, Pasino di Tommaso Barozzi, Bettino Fattori e uno di Chignolo, ma questi non rendono ragione alcuna al Comune e c’è grande malcontento tra i parrocchiani perchè non esibiscono i resoconti. Giovannino di Giovanni Zucca di Oneta interrogato in merito all’amministrazione della chiesa risponde di credere che sia bene amministrata, aggiunge anche che quando accadde quel miracolo della donna il Giovannino de Berzi gli disse che donava due pertiche di terra perchè vi si costruisse la chiesa. “Il Giovannino Zucca ha 35 anni e più”.
Dai verbali di S. Carlo Borromeo (6 ottobre1575)
La chiesa è lunga braccia 10 e larga 7 (circa 6 metri di lunghezza per 4 di larghezza); ad occidente c’è un altare non consacrato, piccolo, con una predella. Ha una bella immagina sacra, (si riferisce al polittico), è in una cappella piccola quadrata, lunga e larga 4 braccia, con soffitto a volta e affrescata. La chiesa è costruita adiacente alla cappella incorporandone la parete a nord così che la vecchia cappella si trasforma in un portico con la volta in muratura ed un arco appoggiato alla chiesa. Ha un piccolo campanile a “vela” con due colonne che si ergono sopra la facciata a sostenere una sola campana e la fune pende all’esterno e di fianco alla porta maggiore. Il tetto è a due falde, il soffitto in legno, ben fatto, è sostenuto in mezzo da un arco; le pareti sono in parte intonacate e in parte ben affrescate; ha due porte: la maggiore ad oriente, sopra la quale è una finestra rotonda, ed ai due lati altre due finestre, in basso, tutte senza vetro; l’altra porta laterale è sul lato nord. Il pavimento è poco regolare. Nella chiesa non c’è la pila dell’acqua santa. Sulle pareti vi sono delle intelaiature da cui pendono moltissime immagini di cera (1). Ai due lati dell’ingresso della porta maggiore vi sono casse in noce nelle quali, attraverso le finestre inferiori, si mettono elemosine ed offerte per mezzo di apposite aperture nel coperchio delle casse stesse. Nella cassa sulla sinistra rispetto all’ingresso è stata trovata una cassettina chiusa nella quale c’era un piccolo panno con tre macchie che si dice siano le lacrime di sangue di quella stessa immagine della BeataVergine Maria che ora è andata distrutta e che era sul luogo dove ora è fabbricata la fonte. Accanto alla chiesa c’è uno spazio chiuso con pareti e sopra esso una casetta nella quale abitano per tre o quattro giorni coloro che vengono a questa chiesa per devozione o per voto. In essa vi sono varie suppellettili.
Sullo stesso spazio c’è una fonte sopra il quale un tempo c’era quell’immagine che si dice abbia emesso le lacrime di sangue sul panno. Molti accorrono a questa fonte a causa di quel miracolo e ne bevono l’acqua. C’è un grande concorso di popolo a questa chiesa, con la pretesa di miracoli, ma su di essi non è stato fatto alcun processo e i miracoli non sono provati.
(1) Le immagini di cera erano parti anatomiche del corpo malate: un braccio, una gamba o la testa o addirittura il corpo intero per le quali si chiedeva la guarigione.
Il testo latino del verbale
Il testo latino che segue è la parte più importante delle circa trenta pagine sintetizzate nel capitolo precedente che compongono il verbale della visita del Borrromeo. La descrizione della chiesa è molto dettagliata, il penultimo capoverso sottolineato descrive le famose tre macchie di sangue e come si sono generate.
“Visitata fuit ecclesia S. Marie del Frasino tamquam membrum sub parrochiali cura S. Marie loci Onete.
Hec ecclesia non consecrata, celum decens ex assidibus substinetur in medio ab arcu, parietes in parte dealbati et in parte decenter picti, habet duas portas: orientalem maiorem super qua fenestra rotunda, et hinc inde a dixta porta alie due fenestre inferiores, sine vitreis omnes; alteram portam lateralem aquilonarem. Pavimentum non satis equale. In ea non habetur labrum aque sancte. In parietibus sunt rastra a quibus pendunt quamplurime imagines ceree.
Est longa X, lata 7. In dicta ecclesia est altare non consacratum in occidente parvum, bradella parva. Habet iconam decentem. Est in capella parva quadrata longa 4, lata 4, fornicata et picta. Dilatetur altare, tollantur sedilia que hinc inde sunt a dicto altari in capella que etiam ascendit ad duos pradus. Caret crate. Celebratur quandoque ex devotione. Habet redditus ut infra. Paramenta ut infra. Ecclesia clausa tenetur.
In dicta ecclesia ab utraque parte ad ingressum porte maioris sunt capse nucee in quibus per fenestras inferiores supradictas elemosine et oblationes mittuntur per foramina quedam in coperculo dictarum capsarum.
Scriptum quod super fenestra sinistra est ad ingressum porte maioris deleatur, in quo fit mentio cuiusdam Ioannini Cabrini qui celebrare fecit 8 missas ex devotione.
Imagines item que in tabula sunt picte a manu sinistra ad introitum porte maioris tollantur, et scripta sub eis in quibus fit mentio quod B. Virgo Maria apparuit duabus puellis, de anno 1512, et eis precepit ut sabbatum santificarent a nona usque ad diem dominicam. Item fit mentio quod apparuit aliis idem precipiens.
In capsa a manu sinistra ad introitum reperta fuit capsula chiusa in qua erat pannus parvus cum maculis tribus quam dicitur esse lacrimas sanguineas imaginis eiusdem beate Marie Virginis que modo destructa est et erat in loco ubi nunc fons est fabricatus. (1)
Ad hanc ecclesiam est maximus concursus populi sub pretextu miraculorum, verum super illis fuit factus processus neque probata miracula”.
(1) Nella cassa sulla sinistra rispetto all’ingresso è stata trovata una cassettina chiusa nella quale c’era un piccolo panno con tre macchie che si dice siano le lacrime di sangue di quella stessa immagine della Beata Vergine Maria che ora è andata distrutta e che era sul luogo dove ora è fabbricata la fonte.
Distruzione della fonte miracolosa
La fonte era collocata sul lato sud del santuario, in corrispondenza dell’altare di S. Francesco, a sinistra e ad una distanza di circa 3 metri dal muro maestro. Nell’imminenza della visita del Borromeo nell’anno 1575, si fecero lavori di riparazione che portarono alla perdita dell’immagine dipinta sulla parete, ormai cancellata dai continui toccamenti dei devoti. Si conosce in parte la tipologia della manutenzione grazie ai registri contabili descritti nella visita suddetta in cui si afferma che: “la chiesa è debitrice di lire 200, oltre ai lavori dei fabbri per le riparazioni del fonte e dei muri dello spazio annesso”. Sappiamo per certo che venne costruito sopra la fonte stessa un piccolo edificio in muratura ricavando uno “stanzino” adibito a deposito di legna. In questo stanzino si preparavano i “mortari”, che accompagnavano con i loro spari il suono festoso delle campane nella vigilia del 2 luglio.
Dal 1936 al 1939 vennero fatti lavori di ampliamento della piazza, si asportarono 850 metri cubi di terreno e si ottenne un bel piazzale attorno alla chiesa. Fu in questa occasione che si demolì il piccolo edificio e la stessa fonte, in sostituzione si costruì un’edicola a forma di abside, arretrata e staccata rispetto al santuario dotata di una piccola vasca e una spina dell’acqua. Nella primavera del 1982 anche l’edicola verrà rimossa per fare posto al monumento ai caduti. La distruzione della vecchia fonte ha comportato la perdita di un elemento importante di grande attrazione e carico di enorme contenuto simbolico quale la presenza dell’acqua permette di esprimere nei luoghi di culto mariano.
L’incoronazione della Madonna del Frassino
Dopo una solenne processione dalla chiesa parrocchiale al Santuario, il 19 luglio 1914 viene incoronta la Madonna. Il rito è celebrato dal cardinale metropolita di Milano Andrea Ferrari, assistito da monsignor Giorgio Gusmini futuro arcivescovo di Bologna. Tutto il popolo di Oneta assiste all’incoronazione cantando l’Ave Maris stella intonata dallo stesso cardinale. Quel giorno, insieme agli eminenti prelati, in qualità di segretario vescovile, era presente un prete di Sotto il Monte, Don Angelo Roncalli futuro Papa Giovanni XXIII. Purtroppo il grande vescovo Radini Tedeschi che desiderava presenziare all’evento, giace morente a soli 57 anni d’età in un letto nel vicino ospedale di Groppino. Invano la popolazione di Oneta attese la sua guarigione nella speranza di rivedere il viso sorridente dell’amato vescovo che pochi giorni prima aveva invitato tutta la diocesi ad assistere al tributo d’onore alla Madonna.
La richiesta dell’incoronazione risale al 1911 su iniziativa del parroco Don Antonio Canova, chiamato familiarmente “preost vecc”, il quale intese coinvolgere anche la popolazione di Dossena che al tempo era notoriamente devota alla Madonna del Frassino. Infatti la petizione sottoscritta da tutta la gente di Oneta, porta la firma di 53 persone di quel paese.
La corona in oro fino, ornata di gemme e pietre preziose, venne realizzata dal cesellatore Giovanni Corti di Bergamo, il peso complessivo era di 352 grammi al prezzo di 1720 lire del tempo. A sostegno della spesa per la corona vengono in aiuto con vistose offerte le parrocchie di Serina, di Oltre il Colle, di Zambla e di Zorzone con 525 lire, come pure le parrocchie di Cantoni D’Oneta, di Bondo, di Ama e di Vilmaggiore concorrendo con l’offerta complessiva di 100 lire.
L’incoronazione porta a compimento una secolare vicenda di devozione mariana, l’uso di incoronare le immagini della Vergine venne introdotto da alcuni frati cappuccini verso la fine del ‘500, ma solo nel 1636 essa assunse una forma definitiva e canonica, quando cioè l’incoronazione divenne privilegio del Capitolo Vaticano.
Le statue del Frassino
Durante il frenetico periodo di preparazione per l’incoronazione, si avvertì il bisogno di sostituire la vecchia statua della Madonna del Carmine, di nessun valore artistico “parere di Don Canova” e tutta corrosa dal tarlo. Si provvide quindi a commissionare allo scultore Giovanni Manzoni di Bergamo il nuovo simulacro, mentre a Rossi Ruggero, valente artigiano di Clusone, venne dato l’incarico di scolpire il trono in legno.
La seicentesca statua del Carmelo che vide per secoli l’avvicendarsi dei volti del popolo di Oneta, raccogliendo le preghiere di tanti fedeli che ne invocarono la sua protezione, venne riposta inizialmente nella chiesa della Scullera, nel 1994 è stata trasferita nella chiesa di S. Rocco dove tuttora si può vedere abbigliata ancora nelle sue belle vesti originali. Nonostante il giudizio negativo di Don Canova, la statuta è un’opera di una certa finezza. Anche il gruppo scultoreo dell’apparizione, opera dello scultore Luigi Carrara di Oltre il Colle, collocato il 2 luglio del 1876, venne sostituito nel 1964 in occasione del 50.o anniversario dell’incoronazione. Si ordinò una copia fedele al modello preesistente nella sua totale composizione alla ditta Deuseti di Ortisei.
La Madonna con Petruccia era portata dai famigliari di Epis Gerolamo “Prefadé” che con il figlio Franco aveva fatto dono della statua, mentre le pecorelle erano portate dai famigliari del donatore Carobbio Andrea “Matè”. Le vecchie statue, testimoni per quasi un secolo della grande fede del popolo della Val del Riso, si trovano ora nella piccola chiesa della Scullera.
Il Romito del Frassino
La presenza di un “Heremita” è attestata dall’anno 1591 ma quasi sicuramente era presente già dal 1545 anno in cui si presume la costruzione della prima casa del custode. Nel 1710 c’è un certo Giovanni Borella di Chignolo settuagenario, il quale “...va questuando nei luoghi che gli sono assegnati”. Purtroppo la documentazione esistente in archivio parrocchiale non permette di ricostruire sin dalle origini e con una sequenza cronologica continua i custodi e le loro famiglie che si sono succeduti nella cura del Santuario, tuttavia attraverso gli “avvisi di concorso” e alcuni “verbali per la nomina dell’eremita custode del Santuario del Frassino” si possono conoscere i loro nomi e il periodo di permanenza a partire dalla metà del secolo scorso.
Nel 1851 il custode è Gusmini Giovanni di Orezzo, non si sa per quanti anni e chi fu il suo successore; sappiamo però che il primo aprile 1907 Bertocchi Santo, originario di Peia, rinuncia volontariamente al posto di custode, si pubblica il concorso al quale partecipa il Sig. Signorini Cristoforo nativo di Sovere ma residente a Ponte Nossa. Si procede alla votazione da parte della commissione composta de 38 capi famiglia, che accettano la candidatura del Signorini con 36 voti a favore e 2 contrari. Non sappiamo quanto tempo il Signorini sia rimasto al santuario, nei ricordi delle persone anziane si pensa sino al 1918, dopo tale data e sino al 1922 si ricorda il nome di Epis Emilio abitante alla Scullera. Un altro avviso di concorso viene fatto il 28 febbraio 1922 e la custodia del Santuario è assegnata al Sig. Poli Adamo fu Bonaventura originario di Bondo comune di Colzate, che vi rimane sino al 1934, dal 1934 al 1957 Ruggeri Giuseppe di Casnigo, dal 1957 al 1963 Pizzamiglio Battista - Dal 1963 al 1985 Epis Agostino - dal 1985 al 1997 Pizzamiglio Bruno.
I “romiti” con le loro famiglie, hanno dato un grande contributo alla salvaguardia ed alla conservazione dei beni del Santuario, a tutte queste persone che hanno dedicato molti anni della loro vita al servizio del Frassino va la gratitudine di tutta la popolazione di Oneta.
Il campanile del Frassino
1725 - Viene portata a compimento la torre campanaria del Frassino, l’opera si sovrappone al vecchio campanile realizzato nel 1615 e conclude un lungo periodo di ristrutturazioni e ampliamenti progettati dalla popolazione di Oneta fin dal 1580. Vi sono collocate ancora le tre vecchie campane che verranno sostiuite nel 1903 da un nuovo concerto di cinque campane con tonalità “la bemolle” fuse dalla ditta Pruneri di Grosio (Valtellina) e consacrate il 29 luglio 1907 dal vescovo Radini Tedeschi. Racconta con emozione Don Antonio Canova che il 27 giugno 1903 “...si udì, festoso e ripetuto più volte dall’eco dei monti, il primo scampanio”.
Nelle opere meritevoli del santuario concorsero molti artisti ed abili artigiani del luogo e dei paesi vicini, Oltre il Colle, Serina e Dossena che contribuirono nelle varie realizzazioni, con l’apporto di manodopera specializzata in particolare nei lavori di muratura. Nel lessico popolare è rimasto per lungo tempo il termine “I serine” ad indicare le ottime capacità di capimastro e muratori delle imprese provenienti dalla Valle Brembana.
Dai documenti amministrativi del santuario troviamo una ricevuta con la seguente dichiarazione: “A dì 24 agosto 1725. Honeta. Confessano mastro Vincenzo Manenti aver hauto et riceputo da Gio. Batt. Carobbio sindaco e cassiaro del V.do Santuario del Frassino liri mille e novantacinque per sua mercede a piccare li pietri per il campanile e giornate a metterli in opera dico L. 1095”. In un’altra annotazione si legge: “pagati ancora al detto una giornata con farci le spese del suo a togliere una corna per aggiustare la strada di condurre le suddette pietre”. La fatica di quella antica gente ha lasciato alle generazioni future un patrimonio incredibile, veri tesori che l’uomo moderno tende purtroppo a dimenticare.